Field Journal — Day 27 Marzo | Campagna Padana

Buteo

Campagna padana

Disegno ispirato alle mie fotografie quotidiane

 
 

Solo di passaggio.

È più forte di me.
Anche mentre guido il furgone per lavoro, lo sguardo cade sempre verso il cielo. Non si sa mai. Ed è proprio così che, giorno dopo giorno, mi accorgo di quanto i rapaci siano presenti sul territorio. Dalle Alpi fino alla pianura padana, ogni ambiente ha i suoi equilibri, le sue prede, i suoi predatori. Da quando mi sono avvicinato a questo mondo, li vedo ovunque. Forse perché ho imparato a cercarli. Ma soprattutto perché ora so dove guardare. Li trovo spesso posati, immobili, a osservare il territorio. Altre volte li seguo in volo, mentre sfruttano le correnti.
E poi ci sono momenti più rari, sospesi, come lo spirito santo del gheppio (Falco tinnunculus), fermo nell’aria come se il tempo si fosse arrestato. Non riesco a smettere di ammirarli. Di recente ho avuto la fortuna di fotografare e filmare un nibbio bruno (Milvus migrans).
La luce era poca, e per un attimo l’ho confuso con una poiana (Buteo buteo). O forse volevo che lo fosse. In quell’area la sua presenza è costante, quasi familiare. Eppure, ogni specie ha il suo carattere. E i rapaci — diurni e notturni — Stanno a me come il ragazzaccio ribelle sta alle più belle della scuola. Non saprei spiegare perché, ma attirano inevitabilmente la mia attenzione. Li seguo con il binocolo finché posso, finché restano a portata. A volte fino a sentire il bruciore alle spalle, costretto a guardare verso l’alto troppo a lungo.

Riesco a fotografarli?

Non sempre.

Non posso portare con me tutta l’attrezzatura ogni giorno. Quando lo faccio, scelgo la Nikon D850 con il 70-200mm f/2.8. Non è una lama affilata come la Z9, ma è più discreta, più facile da avere sempre con me. Dentro la borsa: il binocolo — che non manca mai — un quaderno, oppure l’iPad. Dipende dalla giornata. Dal luogo. Dall’intuizione. Perché col tempo ho capito una cosa: non esistono posti “vuoti”. Ogni luogo ha le sue tracce. Posatoi, passaggi, rifugi. Segni che aspettano solo di essere letti. L’attrezzatura quotidiana è come un coltello.
Utile, ma non sempre affilato. La fotografia, in questi casi, non è un trofeo. È una conferma. Una prova di presenza. Un punto sulla mappa.
Un tassello in più.

Vale la pena portarsi dietro i ferri del mestiere?

Sì.
Almeno per me, sì. Se il tuo lavoro ti concede anche solo pochi minuti di pausa, usali. Io non mi fermo nei bar. Non cerco distrazioni. Porto il pranzo da casa e mi fermo dove posso. Un angolo nascosto, un margine di campo, un tratto di fiume. E mentre mangio, osservo. Perché anche nei momenti più semplici può nascondersi qualcosa. E spesso, è proprio lì che inizia tutto.

Alessandro

 
 
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