Caccia alla Poiana: La prima ricerca
Cervo
Pian di Spagna
Disegno di un ricordo fotografico
La pace della riserva prima del levarsi del sole.
Generalmente punto la sveglia molto prima dell’alba. Quando suona, nel buio della stanza, la domanda è sempre la stessa: ne vale davvero la pena? Alzarsi così presto anche nel giorno di riposo, uscire con il freddo per cercare tracce che forse non troverò mai.
La risposta arriva ogni volta, puntuale, mentre preparo lo zaino: sì, ne vale sempre la pena.
In un gelido mattino di gennaio mi ritrovai a caricare l’auto dopo una colazione consumata in silenzio. Fuori era ancora notte e, per la prima volta, non avevo un vero piano. Con il gheppio non era stata solo fortuna, ma una buona parte lo era stata. Con la poiana, invece, non sapevo nemmeno da dove cominciare.
L’atlante degli uccelli d’Europa parlava chiaro: descrizioni perfette del piumaggio, delle abitudini, delle aree di distribuzione. Centinaia di migliaia di chilometri quadrati. Dati precisi, impeccabili. Ma nessuna indicazione su dove posare davvero lo sguardo.
Sapevo solo una cosa: era presente sull’arco alpino e in pianura. Questo significava tutto e niente. Poteva essere ovunque.
Senza piste da seguire decisi di partire da una riserva. Pensai che, in un luogo dove la vita scorreva ancora senza troppe interferenze, avrei potuto almeno trovare un segno.
La direzione era il Pian di Spagna, ai piedi del lago di Lecco, verso la Val Chiavenna.
Il parcheggio era deserto.
La strada da percorrere lunga, la fotocamera pesante, il freddo pungente. Cercai di avvicinarmi il più possibile con l’auto, sperando di risparmiare qualche centinaio di metri.
Quando aprii la portiera l’aria mi colpì in pieno volto. Cinque gradi sotto zero. Forse meno.
Non era un freddo secco. L’umidità dei due laghi e la montagna vicina lo rendevano più penetrante, più vivo.
Davanti a me il paesaggio si apriva come un paradiso invernale.
La strada era bianca per il ghiaccio della notte.
La brina colorava i prati di un verde pallido.
Il sole, ancora nascosto dietro le montagne, tingeva di rosa il sentiero che portava all’interno della riserva.
Sembrava l’ingresso di un luogo incantato.
Le cime innevate, il cielo limpido, il silenzio assoluto. Una cartolina nella quale stavo entrando.
Non avevo portato il cavalletto. Con quel freddo ero convinto che non avrei visto molto. Mi ero detto che sarebbe stata solo un’uscita di ricognizione: raccogliere informazioni, capire il territorio, osservare.
Ma la fotocamera, con il 180-600 mm montato, pesava sulle mani come un blocco di ghiaccio. I guanti di lana non bastavano. Le dita perdevano sensibilità mentre la trasportavo dal collare dell’obiettivo.
Per la passione questo e altro.
Poco dopo le due abitazioni che segnano l’ingresso nella riserva li vidi.
Ungulati.
In lontananza.
Portai il binocolo agli occhi.
Cervi.
Un branco libero, immerso in quella luce fredda del mattino.
In quel momento mi maledissi per non aver preso il treppiede. La distanza era di circa quattrocento metri e tenere ferma l’ottica era uno sforzo continuo. La macchina scattava fotografie splendide, ma i limiti erano evidenti. Limiti fisici, e non solo. Chi pratica la fotografia naturalistica sa cosa significa.
Li osservai a lungo. Poi, come se il paesaggio li avesse inghiottiti, sparirono dietro il bosco.
Continuai a camminare fotografando ogni forma di vita che incontravo. Per me è una regola: nulla è troppo piccolo per essere ignorato.
Poi sentii il rumore di ruote sul ghiaccio alle mie spalle.
Un’auto.
Un uomo della riserva stava effettuando il censimento delle specie acquatiche. Quel giorno l’accesso era vietato. Mi lasciò passare solo a patto di non abbandonare il percorso.
Accettai.
Sapevo già che questo avrebbe cambiato tutto.
Non trovai nessuna traccia della poiana. Nessuna impronta. Nemmeno più i cervi.
Eppure quella giornata non fu affatto sprecata.
Fu una lunga camminata invernale dentro un luogo straordinario. Imparai che prima di entrare in una riserva bisogna conoscerne le regole. Tornai a casa con immagini dei cervi, qualche ripresa e molte più domande di quante ne avessi al mattino.
E con una certezza:
senza entrare davvero nel cuore del territorio
non avrei mai trovato ciò che stavo cercando.
Ma il viaggio era cominciato.
Alessandro
Cervo
Pian di Spagna
Nikon Z9 180-600 mm F5.6
La pace della riserva prima del levarsi del sole.
Qui sotto la posizione della località “Cassano d’Adda”
